Blow-Up

a cura di Francesca Dargenio | ottobre 14 | sfoglia l'archivio della rubrica
Blow-Up

Ma un fotografo che non sa leggere le proprie immagini non è forse meno di un analfabeta (W. Benjamin)? L’immagine cinematografica è un’immagine vista e da vedere. Quale tipo di sguardo proponeva Michelangelo Antonioni negli anni ‘ 60 al suo spettatore? Blow- Up è la storia di un fotografo (Thomas) di moda che durante un sopralluogo in un parco fotografa per caso una coppia che discute. Durante una serie di ingrandimenti (blow- up appunto) scopre nelle foto la sagoma di un cadavere e il volto di un uomo tra i cespugli. Durante la notte torna al parco e ritrova il cadavere fotografato nel pomeriggio, poi però la realtà vacilla, il rullino non c’è più e l’indomani mattina il cadavere è scomparso. Nel film troviamo una prevalenza dell’ambiente sulla figura umana, lo sfruttamento della profondità di campo, il ricorso a movimenti di macchina sganciati dal racconto. Da una parte Antonioni lascia emergere la casualità, il disordine, l’insignificanza del reale; dall’altra per fare ciò, deve infrangere alcune regole di “bella scrittura”. Lo sguardo che Blow- Up offre al suo spettatore è autoriflessivo, invita a prendere coscienza di sé e del reale: esso rivela che il vedere è un’attività complessa. Si può definire uno sguardo critico perché invita lo spettatore a guardare con la consapevolezza che la realtà non si dà mai “naturalmente” senza una mediazione culturale. L’avventura di Thomas dimostra che la realtà “parla”, rivela il suo senso nascosto, solo diventando fotografia, cioè immagine, forma, linguaggio. Critico perché soggetto a una continua “crisi”, cioè condannato a rimettersi in discussione, a interrogare se stesso, a non sentire come una sconfitta il fatto che il mondo sia un enigma.

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